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Dai fatti e le parole, alle parole dei fatti.

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Messaggio Da Comune mortale Mer 9 Giu 2010 - 9:41

Vediamo cosa esce fuori, rispettando pari pari, quello che il filosofo Wittgenstein dice sul significato della parole. Il filosofo, distanziandosi dalle istanze teoriche del Tractatus, nelle Ricerche Filosofiche, sostiene che il linguaggio è una sorta di strumento, e che pertanto i significati delle nostre parole non dovrebbero rinvenirsi nella corrispondenza tra linguaggio e mondo ( picture teory ) ma nell’uso che facciamo delle stesse. Semplifico la cosa, ma il senso è questo.



Da questo punto di vista, le parole acquisterebbero senso all’interno dei giochi linguistici ( altro luogo teoretico che emerge dalla lettura delle Ricerche filosofiche ) e non oltre quest’ultimi: i limiti del linguaggio sono i limiti del mio mondo dice il filosofo! Allora, secondo il dire del filosofo, della parola “ dio” ( ma anche “ anima” , “ spirito “ eccetera ) non ha senso starsi a chiedere a cosa corrisponderebbero nella realtà, ma a che cosa serve nella pratica. Voglio dire che, ad esempio, quando chi crede in dio, parla di dio, si sta riferendo a qualcosa, che giustifichi il fatto che lui stesso credere, che dia senso al suo credere: non si crede in dio perché c’è dio, ma si crede in dio, perché dio serve per dare senso al credere del credente.



Non è che il dio dei testimoni di geova e differente da quello dei cattolici o dei mussulmani o da quello degli ebrei. Nossignore ! Ogni credo religioso, voglio dire, ha una propria pratica linguistica all’interno della quale i significato di dio trova senso. Geova allora non è che è piu vero del dio dei cattolici o di quello dei mussulmani, semmai è tutto il contrario: è vero il contrario. Sono le varie pratiche linguistiche ( il porta a porta dei testimoni di geova, le loro assemblee, o il catechismo della chiesa cattolica o le pratiche dei mussulmani ecc…) che vogliono, ognuna per sé, imporsi sulle altre. Alla fine dio è questo. E’ la capacità di imporsi di queste pratiche.



Secoli addietro, ma non solo, la tortura ad esempio, non serviva per espiare i peccati ( anche qui si apre la portata teoretica del discorso del Wittgenstein ) proprio perché il significato, o struttura di senso, della parola “ peccato “ è una sola cosa con la pratica del torturare o infliggere sofferenze: è possibile pensare al peccato e al suo senso senza la pratica che assolve ? L’aborto non è peccato perché uccide una vita, ma perché dopo, post festum, posso concretamente condannare.



Il linguaggio insomma è pratica linguistica. Da questo punto di vista il linguaggio della scienza è valido, proprio perché è, si materializza, in esperimenti riproducibili e replicabili.



Che ne pensate ?
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