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Messaggio Da capricorno Lun 26 Gen 2009 - 21:25

L'articolo è un pò lungo, ma ne vale la pena di leggerlo, in sintesi parla di monsignor Laghi che in qualità di nunzio apostolico in Argentina ai tempi del regime ne ha condiviso gli orrori, come premio è stato ordinato cardinale da Giovanni Paolo II, ed ora che è morto Benedetto XVI ne tesse le lodi. Il solito immutabile schifo clericale che sta dalla parte dei potenti.

di Vania Lucia Gaito, da viaggionelsilenzio.ilcannocchiale.it/

Si dice che "De mortuis nihil nisi bonum", dei morti non si può dire altro che bene. Ma in alcuni
casi, per quanto ci si sforzi, non si può essere politically correct.
E' il caso di monsignor Pio Laghi, cardinale, Nunzio Apostolico, 85 anni, buona parte dei quali trascorsi in missioni diplomatiche. Mi perdoneranno quanti sono d'accordo con Diogene Laerzio, ma la mia commemorazione del cardinale Laghi si discosterà un poco dal "de mortuis".

Pio Laghi non era solo "un uomo di grande valore e di preclari virtù", come lo ha ricordato su "Il Tempo" il presidente della regione Molise, Michele Iorio. Diversamente lo ricordano le Madres de Plaza de Mayo, le donne argentine madri, mogli e sorelle dei 30.000 desaparecidos durante la dittatura militare che terrorizzò l'Argentina dal 1974 al 1980.
In quel periodo, monsignor Laghi era già Nunzio Apostolico in Argentina. E giocava a tennis con Emilio Massera, all'epoca a capo della Marina militare argentina, di cui era intimo amico.

Il 19 maggio 1997 le Madri, con il patrocinio legale di Sergio Schoklender, presentarono denuncia alle autorità italiane contro Pio Laghi, che, come è scritto nella stessa denuncia, «collaborò attivamente con i membri sanguinari della dittatura militare e portò avanti personalmente una campagna volta ad occultare tanto verso l'interno quanto verso l'esterno del Paese l'orrore, la morte e la distruzione. Monsignor Pio Laghi lavorò attivamente smentendo le innumerevoli denunce dei familiari delle vittime del terrorismo di Stato e i rapporti di organizzazioni nazionali e internazionali per i diritti umani».
E inoltre denunciarono Laghi per «aver messo a tacere le denunce internazionali sulla sparizione di più di trenta sacerdoti e sulla morte di vescovi cattolici. Pio Laghi provvide, con i membri dell'episcopato argentino, alla nomina di cappellani militari, della polizia e delle carceri che garantissero il silenzio sulle esecuzioni, le torture e gli stupri cui assistevano. Questi cappellani avevano l'obbligo non solo di confortare spiritualmente gli autori dei genocidi e i torturatori, ma anche, tramite la confessione, di collaborare con l'esercito estorcendo informazioni ai detenuti».

Tre mesi dopo il golpe militare, il Nunzio Apostolico, in un'omelia, sostenne: "I soldati adempiono il loro dovere primario di amare Dio e la Patria che si trova in pericolo. Non solo si può parlare di invasione di stranieri, ma anche di invasione di idee che mettono a repentaglio i valori fondamentali. Questo provoca una situazione di emergenza e, in queste circostanze, si può applicare il pensiero di san Tommaso d'Aquino, il quale insegna che in casi del genere l'amore per la Patria si equipara all'amore per Dio."

La "chiesa alta" era vicina alla dittatura militare, di contro, la "chiesa bassa", quella fatta di preti e suore vicini alle fasce più misere della popolazione, pianse anch'essa le proprie perdite. A Plaza de Mayo, fra le migliaia di madri disperate per la sorte dei loro figli desaparecidos, solo la Chiesa, madre di decine e decine di sacerdoti e suore desaparecidos, brillava per la sua assenza. Ma a dare forza alla denuncia delle Madri non c'erano solo le pubbliche esternazioni di Laghi, ma una sequenza di testimonianze pesantissime, tra le quali anche quelle di molti ecclesiastici, sacerdoti e suore.

È debitamente accreditata la presenza di Pio Laghi nei campi di concentramento e di sterminio dell'Argentina, mentre accompagnava gruppi di militari in ispezione e interrogava i reclusi.
María Ignacia Cercos de Delgado, moglie del giornalista Julián Delgado, scomparso nel giugno 1978, affermò: «Il Nunzio apostolico Pio Laghi era a conoscenza di tutto quello che accadeva nella Scuola di Meccanica della Marina, poteva verificare i nomi dei sequestrati lì trattenuti e il comandante in capo della Marina, Armando Lambruschini, lo consultò sull'opportunità di lasciare in vita un gruppo di 40 detenuti desaparecidos che aveva ricevuto, quando aveva assunto l'incarico, dal precedente Comandante della Marina, Emilio Eduardo Massera».

Il Nunzio Apostolico collaborava alle decisioni riguardanti i detenuti scomparsi. In alcuni casi personalmente e in altri attraverso il Vicariato castrense. Durante il processo agli ex Comandanti, monsignor Grasselli ammise di avere il compito di redigere uno schedario con i nomi delle persone scomparse e di tenersi in contatto con il governo militare per mantenere aggiornate le informazioni in suo possesso.
Nel Fascicolo 1560 della Commissione Nazionale per la Scomparsa di Persone è depositato il fatto che monsignor Grasselli informò i familiari di uno degli scomparsi accorsi a cercare informazioni, che gli scomparsi si trovavano in luoghi di "riabilitazione" e che, a quelli che egli chiamava «irrecuperabili, è possibile che qualche persona pietosa faccia un'iniezione, e l'irrecuperabile si addormenti per sempre».

Pesantissima, la denuncia del giornalista Horacio Verbitsky: all'arrivo in Argentina della Commissione Interamericana per i Diritti Umani dell'OEA, i membri della Marina si ritrovarono una quantità di detenuti scomparsi ancora vivi da nascondere. A questo scopo, ricorsero ai buoni uffici di Pio Laghi. Monsignor Grasselli cedette al gruppo operativo dell'ESMA, con autorizzazione del Nunzio apostolico, un'isola nella località del Delta del Tigre chiamata «Il Silenzio», perché fosse utilizzata come Centro Transitorio di Concentramento di Detenuti. In quest'isola si riunivano regolarmente per il barbecue di fine settimana il cardinale primate di Buenos Aires Juan Carlos Aramburu e il Nunzio apostolico Pio Laghi.
Quando vennero alla luce le scomparse, le torture e le atrocità commesse in questo campo di concentramento, monsignor Grasselli architettò una finta vendita dell'isola ai componenti del contingente militare della Marina, usando come identità dell'acquirente i documenti di uno dei detenuti desaparecidos registrati nel suo archivio, Marcelo Camilo Hernández, tentando di nascondere l'operato della nunziatura.

Molte Madri si recarono da Pio Laghi, durante quegli anni terribili, a chiedere il suo intervento per la liberazione dei propri figli. Tra le tante, nel 1979, si reco dal Nunzio anche Hebe de Bonafini, presidente dell'Associazione Madres de Plaza de Mayo. Lo stesso Nunzio apostolico ne ordinò l'arresto, la donna fu portata via da diverse pattuglie di polizia mentre era ancora in attesa di essere ricevuta da Laghi. Fu trattenuta ed interrogata per cinque ore e fu rilasciata solo grazie all'intervento di centinaia di altre Madri che mobilitarono tutte le risorse disponibili.
Quando nel 1997 firmò la denuncia contro Laghi, Hebe de Bonafini disse ai giornalisti: «L'ex nunzio è stato visto nei centri di detenzione clandestini, è stato consultato sul destino dei detenuti desaparecidos e sulla forma di esecuzione pietosa e cristiana degli stessi. Ha partecipato alla decisione sul trattamento da riservare alle donne incinte, a cui fu data la possibilità di scegliere tra tortura e stupro. Ha ordinato l'arresto della presidente delle Madri alla porta della nunziatura, a cui è seguito un interrogatorio di cinque ore da parte del personale dell'Intelligence militare. Noi Madri abbiamo sofferto il disprezzo della Chiesa, dai cui vertici giunse la decisione, che dipendeva forse anche da Laghi, di non somministrarci la comunione "perché, eravamo piene di odio".» La denuncia contro Laghi «è dovere morale non solo delle Madri, ma di tutti i cattolici. Anche uomini della Chiesa appoggiano la nostra iniziativa perché, la considerano la maniera più sana di eliminare dalla Chiesa le persone non oneste»

La denuncia, consegnata alla stampa, non fu riportata nè dall'Osservatore Romano nè da Avvenire, che si limitarono a definirla "un atto contro la giustizia, l'onestà e la verità storica" e a pubblicare con ampia risonanza la smentita di Pio Laghi: l'ex nunzio apostolico considerava diffamatorie e prive di fondamento le affermazioni delle Madri, che definì sprezzantemente «questo gruppo di donne argentine».
In ossequio al proverbio che recita "cane non mangia cane", la Conferenza Episcopale Argentina pubblicò poche righe di comunicato per esprimere la propria solidarietà al cardinale.

In quanto alla denuncia, Pio Laghi come cittadino italiano avrebbe potuto essere processato penalmente in Italia per delitti commessi all'estero, con un complesso procedimento: la denuncia doveva essere inoltrata alla Procura della Repubblica attraverso il Ministero di Grazia e Giustizia, l'unico titolato a deciderne la leggittimità. Tuttavia, in quanto cardinale, Pio Laghi godeva dall'immunità, in virtù del Concordato tra Italia e Santa Sede. Immunità che può essere sospesa o ritirata soltanto dal Papa, Giovanni Paolo II, che di fatto non la sospese e non la ritirò.
Pertanto la denuncia non ebbe luogo a procedere.

Eppure, il suo operato in Argentina gli valse la "promozione" a Nunzio apostolico negli Stati Uniti. Lavorava con lui un certo padre Tom Doyle, esperto canonista, che fu tra i primi ad interessarsi al problema dei sacerdoti pedofili, insieme a padre Michael Peterson, psichiatra, e all'avvocato Ray Mouton. Incominciroano a collaborare tra loro nel gennaio del 1985. Peterson era direttore della casa di cura S. Luca a Silver Spring (MD); Doyle faceva l’avvocato canonista nella nunziatura e Mouton difendeva in tribunale padre Gilbert Gauthe. La collaborazione continuò per cinque mesi e produsse un “Manuale”, che prendeva in considerazione gli aspetti civili, canonici e psicologici degli abusi sessuali commessi da membri del clero.
Le loro conclusioni sembrarono troppo drastiche ad alcuni prelati, ma oggi sono considerate profetiche. La Chiesa Cattolica, affermavano, dovrà affrontare “conseguenze finanziarie molto gravi” e “un grave danno d’immagine”. Fecero notare che erano già stati sborsati più di 100 milioni di dollari per le cause di un prete di una sola diocesi. Il pagamento di altre sette cause superava i 5 milioni di dollari e “il pagamento medio previsto per ogni caso si aggira sui 500 mila dollari”. “Le perdite prevedibili per il prossimo decennio” sarebbero state stimate in un miliardo di dollari. Avvertirono che televisioni e giornali erano al corrente della vicenda e l’Associazione Forense e gli avvocati di parte civile stavano “studiando le informazioni riguardanti questa parte giuridica del tutto nuova”.
“Le probabilità della denuncia alla Chiesa Cattolica sono molto forti”, sostenevano, e si raccomandava che al clero denunciato non fosse permesso di esercitare “nessuna funzione presbiterale”.

Nei mesi successivi Doyle continuò a suonare l’allarme. E ne pagò il prezzo. Nel 1986 fu rimosso dalla nunziatura, perse la cattedra, fu ostracizzato dai vescovi.
Mentre Doyle perdeva il favore della gerarchia, non così il suo vecchio capo, monsignor Laghi, che rappresentò il Vaticano negli Stati Uniti dal 1980 al 1990, il periodo in cui gli abusi del clero furono numerosissimi e ampiamente ignorati dalla gerarchia. Dopo le sue peregrinazioni diplomatiche, tornò a Roma e Papa Giovanni Paolo II lo nominò cardinale nel giugno 1991.

Ai nipoti del cardinale Laghi è stato inviato un telegramma di cordoglio da parte di Benedetto XVI: ''La triste notizia della scomparsa del vostro caro zio cardinale Pio Laghi ha suscitato viva commozione nel mio animo nel grato ricordo del suo lungo e generoso servizio alla Santa Sede in particolare come rappresentante pontificio in diversi paesi e come prefetto della Congregazione per l'Educazione cattolica''. Il Pontefice rassicurava i familiari: avrebbe pregato Dio affinchè "voglia donargli il premio concesso ai fedeli servitori del Vangelo".

Ecco, se questi sono i fedeli servitori del Vangelo...

(21 gennaio 2009)

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