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Messaggio Da Minsky il Lun 14 Ott - 12:51

La frutta scomparsa


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Il cambiamento climatico e l'omologazione dei consumi stanno colpendo anche i frutteti. E questo è un problema per diverse ragioni. Per la nostra dieta, per quella degli altri animali, ma anche per la lotta al climate change. Meno piante significa meno lavoro e meno contrasto all'inquinamento. A sostenerlo è l'ultimo report della Coldiretti, diffuso il 27 settembre al Villaggio contadino di Bologna con l'Arca di Noè della fattoria italiana. A presenziare all'evento, nel giorno del terzo Friday for Future, flora, fauna, cibi a rischio di estinzione e agricoltori, giovani e studenti.

Secolo scorso VS oggi


Nel corso degli ultimi 100 anni sono scomparse dalla nostra tavola tre varietà di frutta su quattro. La perdita di biodiversità riguarda l'intero sistema agricolo e di allevamento: il rischio di estinzione si estende dalle piante coltivate agli animali allevati.
Se nel XX secolo potevamo contare sulla presenza di 8.000 varietà di frutta, oggi il numero è sceso a poco meno di 2.000. Di queste, 1.500 sono considerate a rischio "estinzione" anche per effetto dei moderni sistemi della distribuzione commerciale, che privilegiano le grandi quantità e la spersonalizzazione dell'offerta.
L'omologazione e la standardizzazione delle produzioni a livello internazionale concorrono a mettere in pericolo gli antichi semi della tradizione italiana, sapientemente custoditi da generazioni di agricoltori. E questo è un pericolo sia per i produttori che per i consumatori. A rischio c'è il patrimonio alimentare, culturale e ambientale del Made in Italy. Sovranità alimentare e biodiversità sono ora sotto attacco.

Eppure l'Italia è la più green d'Europa


Tuttavia, negli ultimi anni l'agricoltura italiana ha invertito la rotta, diventando la più green d'Europa. L'Italia, evidenziano i dati di Coldiretti, è l'unico Paese al mondo che può vantare 5.155 prodotti alimentari tradizionali censiti, 297 specialità Dop/Igp riconosciute a livello comunitario e 415 vini Doc/Docg. È anche leader europeo con quasi 60 mila aziende agricole biologiche, forte della scelta di vietare le coltivazioni Ogm e la carne agli ormoni, a tutela della biodiversità e della sicurezza alimentare.
L'Italia conta 504 varietà iscritte al registro viti contro le 278 dei vicini francesi e 533 varietà di olive autoctone contro le 70 spagnole.

Quanto offre oggi il frutteto italiano


Nell'arco di un ventennio, il "frutteto italiano" ha visto un crollo netto del 23%. A risentirne di più sono state le pesche, con la superficie coltivata a loro disposizione ridotta del 38 %. Seguono uva da tavola (-35%), pere (-34 %), limoni (-27%), arance (-23%), mele (-17%), clementine e mandarini (-3%). Un grave danno non solo economico ed occupazionale ma anche ambientale.
"Con l'estinzione dei frutteti viene a mancare il prezioso ruolo di contrasto dell'inquinamento e del cambiamento climatico svolto proprio dalle piante, capaci di ripulire l'aria da migliaia di chili di anidride carbonica e sostanze inquinanti come le polveri pm10", sottolinea il report Coldiretti.

Frutta salva-ambiente


La superficie italiana destinata a colture legnose (come frutteti e vigneti) è di circa 2.5 milioni di ettari: il 25% della superficie boschiva totale. Il ruolo della frutticoltura nella tutela dell'ambiente deriva dalla sua capacità di catturare CO2: un'azione che potrebbe ulteriormente essere potenziata.
Un ettaro di frutteto in produzione è in grado di catturare 20mila kg di anidride carbonica all'anno, contrastando le polveri sottili PM10 e abbassando la temperatura dell'ambiente circostante durante le estati più calde e afose. Non a caso, rilevano i dati Ispra, la differenza di temperatura estiva delle aree urbane rispetto a quelle rurali raggiunge spesso valori superiori a 2°C nelle città più grandi.
Se le emissioni inquinanti non verranno ridotte entro la fine del secolo, la produzione di grano potrebbe calare del 20%, del 40% quella della soia e del 50% quella del mais. "Ma i cambiamenti climatici" continua Coldiretti "hanno un impatto negativo anche sullo stesso valore dei terreni che potrebbero subire una perdita tra il 34 e il 60% nei prossimi decenni rispetto alle quotazioni attuali. E questo proprio a causa dell'innalzamento delle temperature che minaccia anche i redditi agricoli, rischiando di far aumentare la domanda di acqua per l'irrigazione dal 4 al 18%".

Un prezzo troppo alto


"Un conto salato per un'agricoltura che ha già perso negli ultimi dieci anni ben 14 miliardi di euro tra danni alla produzione agricola nazionale e alle strutture e alle infrastrutture a causa delle anomalie del clima". L'attuale tendenza alla tropicalizzazione è un nemico, per le coltivazioni, sempre più difficile da affrontare. Sfasamenti stagionali, precipitazioni brevi e intense, il rapido passaggio dal sole al maltempo, ma anche sbalzi termici significativi compromettono i raccolti.

La proposta di Coldiretti


Allora come aiutare il mondo ortofrutticolo? Il presidente della Coldiretti Ettore Prandini non ha dubbi. "Mettere più frutta italiana nelle bibite per far tornare conveniente piantare alberi nel nostro Paese sarebbe la vera svolta green che aiuta l'ambiente, la salute e l'economia e l'occupazione Made in Italy".
"Oggi si continua a tollerare la presenza nelle bevande analcoliche di appena il 12% di frutta senza neanche l'obbligo di indicarne la provenienza, con un inganno per i consumatori ed un danno per i produttori. Occorre dire basta alle aranciate senza arance ed impegnarsi concretamente – conclude Prandini - nell'educazione alimentare a partire dalle scuole”.
L'azione di recupero della biodiversità è da attribuire ai nuovi sbocchi commerciali aperti dai mercati degli agricoltori e dalle fattorie di Campagna Amica, attivi in tutte le Regioni. Si tratta di opportunità che offrono, ad allevatori e coltivatori, varietà e razze a rischio di estinzione. Una parte di biodiversità che altrimenti non sarebbe mai sopravvissuta alle  attuali dinamiche di produzione e distribuzione.
"La difesa dell'ambiente - sottolinea la Coldiretti - è il vero valore aggiunto delle produzioni agricole Made in Italy. Investire sulla distintività è una condizione necessaria per le imprese agricole. Questo perché permette di distinguersi in termini di qualità delle produzioni e affrontare così il mercato globalizzato salvaguardando, difendendo e creando sistemi economici locali attorno al valore del cibo".

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Messaggio Da Minsky il Lun 14 Ott - 12:54

Due terzi delle specie di uccelli nel Nord America sono a rischio estinzione


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Due terzi delle specie di uccelli nel Nord America sono a rischio estinzione

Due terzi delle specie di uccelli nel Nord America, che stanno già scomparendo a un ritmo allarmante, rischiano l'estinzione a meno che non vengano intraprese azioni immediate per rallentare i cambiamenti climatici. È l'allarme lanciato dalla National Audubon Society. Gli esperti stimano che se l'emissione di gas serra, incolpati per il riscaldamento globale, non viene rallentata, 389 specie su 604 in Nord America dovranno affrontare l'estinzione. 
Mentre il pianeta si riscalda, gli uccelli sarebbero costretti a trasferirsi per trovare un habitat più favorevole e potrebbero non sopravvivere a questo viaggio, secondo il rapporto. Ma se l'atteso aumento delle temperature di 3 gradi Celsius entro il 2080 verrà rallentato a 1,5 gradi Celsius, secondo i ricercatori, quasi il 40 per cento di quelle specie non sarebbe più considerato vulnerabile. Le specie più minacciate sono quelle che vivono nella fredda zona artica e quelle che vivono nelle zone costiere. 
Gli uccelli messi in pericolo dall'aumento di temperatura previsto includono specie così ampiamente conosciute e amate come il piviere delle tubature, l'oriolo di Baltimora e l'aquila reale. Mentre si prevede che alcune specie muoiano a causa dell'aumento delle temperature, altri uccelli che prosperano in climi più caldi, i climi meridionali si trasferiranno nelle zone settentrionali. Qualcosa che, secondo i ricercatori, sta già accadendo.

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Messaggio Da Minsky il Gio 24 Ott - 19:55

Il pesticida killer ha ucciso migliaia di api

SVIZZERA 20.10.2019 - 12:02 AGGIORNAMENTO : 13:20

Il pesticida killer ha ucciso migliaia di api

L'insetticida fipronil era miscelato in modo irriconoscibile nel Pirimicarb. Non è chiaro quanto del prodotto contaminato sia già finito su colture di frutta e verdura
ATS/JC

BERNA - Un pesticida venduto dalla catena di negozi agricoli Landi, e contaminato da una sostanza illegale, ha ucciso centinaia di migliaia di api in Svizzera.

Un apicoltore argoviese ha recentemente denunciato alla polizia che le sue 24 colonie di api sono misteriosamente morte nel giro di pochi giorni, riferisce l'edizione odierna del domenicale SonntagsZeitung.

Un'indagine delle autorità federali ha appurato che le api sono state avvelenate con l'insetticida fipronil, vietato in Svizzera e nell'UE. La sostanza era miscelata in modo irriconoscibile nell'insetticida Pirimicarb, legale e non problematico, che la cooperativa agricola bernese Fenaco vende nei suoi negozi.

Non è ancora chiarito quanto del prodotto contaminato, fabbricato da un'azienda chimica indiana poco nota, sia già finito su colture di frutta e verdura.

Il titolare della licenza per la vendita in Svizzera è una società di comodo senza dipendenti, come scrive il domenicale. La direttrice del Servizio sanitario apistico (SSA) Anja Ebener chiede ai Cantoni controlli migliori.

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Messaggio Da Minsky il Mar 29 Ott - 18:12

Le banane sono in grave pericolo


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Le banane Cavendish stanno per essere sterminate. A giugno l'istituto di pesca e agricoltura della Colombia ha dichiarato un'emergenza nazionale e 170 ettari di piantagioni sono stati messi in quarantena. Una notizia che riguarda tutti i consumatori, anche quelli italiani, visto che le Cavendish sono esattamente le banane che poi finiscono nei supermercati di tutto il mondo, come scrive Quartz.
Una determinata qualità di prodotto scelta appositamente, oltre che per la facilità di coltivazione, anche perché particolarmente robusta e adatta al trasporto. Purtroppo le piantagioni di Cavendish sono state prese d'assalto dal fungo patogeno del Panama, conosciuto anche come fungo Fusarium. La particolarità di questo fungo è che è praticamente indistruttibile, già negli anni '50 fece fuori un'altra qualità di banana, la Gros Michel.


A banana-killing fungus is causing Colombia to declare a state of emergency. https://t.co/r3IIywT5Cj
— Martha Stewart Living (@marthaliving) August 21, 2019

Fusarium intacca la banana annerendola dall'interno e una volta che il terreno viene infettato non c'è modo di renderlo di nuovo coltivabile, o perlomeno tutte le future piantagioni sono a rischio, anche dopo parecchi decenni. Negli ultimi 30 anni il fungo ha causato il caos nelle piantagioni di banane situate nel sud-est asiatico, nel Medio Oriente e in Africa, ora è toccato alla Colombia, colpita in quello che è il suo terzo mercato di esportazione più importante.
Il problema nel caso della banana Cavendish è particolarmente grave dato che questa qualità si basa su un singolo clone genetico, producendo una monocoltura mondiale estremamente vulnerabile alle epidemie. Nel mondo esistono circa un migliaio di varietà di banana, non tutte però chiaramente sono adatte al commercio su larga scala o, semplicemente, buone come le Cavendish.
Così ora la palla passa in mano alla scienza che dovrebbe essere in grado di creare una nuova qualità studiata a tavolino, una sorta di “Cavendish 2.0”, utilizzando anche le sequenze del genoma del fungo in questione. Ma quali siano i tempi di questo genere di intervento, ne se è già stato programmato, non è dato saperlo.

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Messaggio Da Minsky il Mar 29 Ott - 18:46

Nuova Zelanda, servirebbero 50 milioni di anni per ripristinare la biodiversità


C'è chi crede che, lasciando la natura in pace, questa si riprenderebbe in poco tempo. Ma è una visione a dir poco ottimista, soprattutto per gli ambienti più particolari.




Impoverimento della biodiversità 3a588c8f6732e10925c988de3a7c30d9?s=22&d=identicon&r=gAnna Romano
 06 Agosto 2019 alle 16:00

Impoverimento della biodiversità Nuova-zelanda-biodiversita%CC%80-kiwiUn giovane kiwi. Fotografia di Kimberley Collins – CC BY-SA 4.0
Rimasta isolata per milioni di anni, la fauna della Nuova Zelanda è nota per le sue caratteristiche uniche. Purtroppo, è nota anche per il numero di specie a rischio o perdute a causa dell’impatto umano. L’avifauna, in particolare è andata incontro a una delle più grandi ondate di estinzione documentate e molte specie sono oggi a rischio. Sebbene sia relativamente ben documentato il numero di specie perdute o minacciate, è ancora poco noto l’impatto umano in termini macroevolutivi. In altre parole, quanto tempo sarebbe necessario per avere di nuovo il numero di specie perduto a causa dell’attività umana? Risponde uno studio appena pubblicato su Current Biology: 50 milioni di anni.

Effetti macro-evolutivi




Il kakapo (Strigops habroptila), il grande pappagallo notturno, e l’emblematico kiwi (Apteryx) sono solo due esempi dell’unicità ecologica e tassonomica della Nuova Zelanda. Ma sono proprio le loro caratteristiche uniche, come la frequente incapacità di volare e le grosse dimensioni, ad aver reso gli uccelli neozelandesi particolarmente suscettibili alla presenza umana. Caccia, alterazione dell’habitat e introduzione di specie aliene hanno fatto sì che, nonostante gli sforzi di conservazione degli ultimi cinquant’anni, il 16,7% dell’avifauna sia oggi classificata come minacciata, e il 25% sia a rischio (ad esempio perché la popolazione è in declino). Gli scienziati hanno spesso analizzato e quantificato l’impatto antropico su questi animali, ma finora non erano stati condotti studi sugli effetti di quest’impatto in termini macro-evolutivi e a lungo termine.
Per capire quanto profondamente gli esseri umani abbiano perturbato lo stato naturale e quanto tempo sarebbe necessario per ripristinare il numero di specie presenti prima dell’arrivo dei colonizzatori (i maori sono giunti in Nuova Zelanda circa 700 anni fa, gli europei 200-300 ani fa), un gruppo di ricercatori ha usato un metodo chiamato DAISIE (Dynamic Assembly of Islands throught Speciation, Immigration and Exctinction). Compilando un dataset filogenetico aggiornato, comprendente anche specie estinte, i ricercatori hanno usato DAISIE per stimare i tassi naturali di speciazione, estinzione e colonizzazione, e capire dunque come e quanto crescano le specie.
Hanno poi condotto delle simulazioni con diversi scenari di estinzione dovuta alla presenza antropica per capire quanto tempo sarebbe necessario per tornare a un determinato numero di specie. In particolare, hanno indagato quanto tempo occorrerebbe per tornare il numero di specie presente prima dell’arrivo degli esseri umani in Nuova Zelanda, quanto per tornare al numero di specie attuale se si estinguessero quelle che a oggi sono minacciate e se si estinguessero anche quelle prossime alla minaccia.
I dati ottenuti indicano che il tempo richiesto in ciascuno di questo scenari sarebbe davvero molto lungo: 50 milioni di anni per ripristinare la biodiversità persa negli ultimi 700 anni e fino a 10 milioni di anni per recuperare quella attuale se si estinguessero gli uccelli oggi considerati prossimi alla minaccia (ad esempio perché le popolazioni sono in declino o perché la loro abbondanza dipende strettamente dagli sforzi di conservazione).

Decisioni per il futuro




Gli autori scrivono che, considerando il numero di specie introdotte in Nuova Zelanda (37, da 16 diverse famiglie), si potrebbe affermare che la biodiversità abbia già nuovamente raggiunto i livelli di quella dell’epoca precedente all’arrivo degli esseri umani. Questo ragionamento non tiene però in considerazione l’enorme pressione cui sono sottoposti gli uccelli nativi e il fatto che non tutte le specie introdotte hanno lo stesso valore per la conservazione dei processi naturali. «C’è chi crede che se si lascia la natura in pace, questa recupererà rapidamente. Ma la realtà è che, almeno in Nuova Zelanda, alla natura sarebbero necessari milioni di anni per riprendersi dall’impatto umano – e forse non ci riuscirebbe mai del tutto», commenta in un comunicato Luis Valente, ricercatore del Museum für Naturkunde di Berlino e primo autore dello studio.
Lo studio appena pubblicato fornisce un’indicazione importante su quanto sia profondo l’impatto umano sulla biodiversità. Ora, i ricercatori vogliono estendere l’analisi ad altre isole, per individuare quelle in cui i tempi di recupero sono più lunghi, così di poter individuare le priorità per gli sforzi di conservazione, ad esempio per l’eradicazione delle specie invasive (per le quali la Nuova Zelanda, come OggiScienza ha ricordato qui, si è già impegnata). Ma, scrivono ancora gli autori, indipendentemente dalla strategia che individueremo, le scelte di oggi avranno importanti implicazioni per il futuro. Come conclude Valente: «Le decisioni che prendiamo oggi, in termini di conservazione, avranno ripercussioni nei millenni a venire».

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Messaggio Da Minsky il Mer 30 Ott - 21:08


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Messaggio Da Rasputin il Mer 30 Ott - 22:15


L'allarme arriva dall'associazione ecologista Gruppo di intervento giuridico che chiede la sospensione della pesca e valuta "pessima" la politica ambientale della Regione Sardegna per la tutela del 'Paracentrotus lividus'.

è "in via di rapida rarefazione", spiegano gli ecologisti, a causa del "pesante prelievo a fini gastronomici".

doh wall2

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